"Piccolo quando un canto d’ubriachi
giungevami all’orecchio nella notte
d’impeto su dai libri mi levavo.
Come tratto da me, la chiusa stanza
all’aria della notte spalancavo
e mi sporgevo fuor della finestra
a bere il canto come un vino forte.
Con che occhi voltandomi guardavo
la camera e la casa
dove già tutti i lumi erano spenti!
Più d’una volta sulla fredda ardesia
al vento che passava nei capelli
alla pioggia che mi sferzava il viso
versai lacrime insensate.
Adesso quell’inganno anche è caduto.
Ora so come arida è la bocca
che canta spalancata verso il cielo.
Pur se ancora mi desta nella notte
quel canto d’ubriachi per la via
ad ascoltar mi levo con mozzato
in gola il fiato
e corro ancora a mettere la faccia
nel vento che i capelli mi scompigli.
Rinnovare vorrei l’amara ebrezza
e quel sottile brivido pel corpo;
il ben perduto cui non credo più
piangere come allora…
Ma non m’escono
che stente stolte lacrime oramai."

Camillo Sbarbaro

Scrittore • Italia • XX secolo

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